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Gennaio-febbraio
2010 - Alleo.it Discovering Contemporary
Cultures
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Sun Francesca
Tini Brunozzi, Frau Fabiano
Alborghetti
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«Le
Edizioni Torino Poesia sono una realtà vivace
e ben condotta, con un catalogo che guarda
molto seriamente lontano. Tra gli autori letti
di recente, Francesca Tini Brunozzi (assieme
ad un manipolo d’altri che tratterò in
altre occasioni) è stata una scoperta non da
poco. Pubblica nel 2007 Frau, volume
che raccoglie poesie scritte tra il 1993 ed il
2007, divise in sezioni, ognuna però
riconducibile ad una netta e forte linea
comune: la poesia civile, quella della
denuncia e dell’indignazione, del perdono
anche e della realtà senza mediazione, quella
della realtà che viene respirata dal cuore e
diviene dolore o – a seconda dei casi -
trasforma in recupero, riscatto o liberazione.
Confesso che la mia sezione preferita è
quella d’apertura, Padre mio che sei in
cielo / preghiera civile, ventisette testi
di sette versi ciascuno di una bellezza e
forza che una sola lettura non basta: la
Seconda Guerra Mondiale vista con gli occhi di
una moltitudine e due soli personaggi assieme,
gli eventi, e la terza o millesima presenza,
quella dell’autrice/osservatrice che tutto
ripercorre e traccia con filamenti erosivi di
lucidità e amore stupefacenti, di condanna e
pietà, di impotenza e l’inspiegabile
attonita presenza della coscienza, il sapere
che il senso della morte avviene attraverso il
corpo degli scomparsi - nostre fonti - ma
ancor più grazie a chi ne può raccontare,
gli scampati, ribelli della cronologia degli
eventi contrari, apparentemente astorici, in
contrasto con il monopolio della violenza
eppure vittime essi stessi, vincitori ma
detriti. L’intera sezione è però dedicata
alla madre (rivelazione scoperta solo alla
fine della sezione) proiettando i ventisette
testi verso una direzione finale differente,
inaspettata. Seguono in ordine di assoluto
piacere la seconda e la terza sezione
che assieme alla prima valgono l’intero
libro e delle quali tratteggerò solo qualche
punto (le ultime due, quarta e quinta - che il
volume chiudono - non le tralascio per
disattenzione ma per concentrare invece su
quanto immediatamente si è imposto
all’attenzione ed al cuore). Rispetto alla
sezione d’apertura, diversissima la seconda:
Poltrona Frau/ poesie con handicap. La
composizione delle poesie è ancora una
volta programmata su una sorta di geometrica
scansione: tranne la prima in apertura, le
successive sono tutte composte secondo una
sorta di graffio: nove versi, divisi in stanze
di tre, impaginati per “cascare”
lentamente da sinistra a destra, come se
slittassero, cadessero piano. Versi
brevissimi, quasi haiku, quasi epigrammi. Un
dialogo che è pensabile rivolto alla madre o
essere un parlato di madre (ma non riprende,
non direttamente quanto è invece la
“dedica” diretta data alla prima sezione),
di donna, di ogni donna. Un dialogo più con sé
stesse che con un terzo interlocutore, un
dialogo vivacissimo, diretto, senza mezzi
termini. Pochi tratti, piccoli sferzate di
verità, appunto, graffi. La terza sezione è
la più marcatamente ludica, non ballo alle
feste. Testi lunghi, assonanze
martellanti, anche ritornelli, testi
smaccatamente polemici o provocatori, proprio
da “cattiva ragazza” o piuttosto da
qualcuno troppo sincero (o disilluso); sono
sberle queste poesie, sputi, sono pugni
pestati in preda ad una sbronza o sono la
massima realtà possibile che viene gettata in
faccia ma che non si vuole ascoltare. A tratti
collego talune scene alle poesie di Bukowski.
Rapporto lui/lei o familiari, immagine del sé
o dell’altro che il proprio sé proietta
verso di noi; colate di vetriolo (anche
gentile a volte, per quanto può essere
gentile venire così ustionati) appoggiati
senza apparente continuità temporale in una
sezione dove tutto gioca e tutto viene utile
per una ennesima denuncia e dove i mezzi vanno
dall’uso smodato di americanismi, all’uso
di caratteri speciali al posto delle lettere
come ad esempio l’uso del segno $ al
posto della S, pseudo-trascrizione fonetica in
favore di una esse palatale (da pronunciarsi
come in sciarpa o scialle) a riprodurre la
koinè Ungarettiana, quando commentava le
puntate televisive dell’Ulisse (che
pronunciava Ulissce), quanto la più sfrontata
lingua che si possa versare in una poesia.
Vale la pena questa pubblicazione,
sfaccettata, ritmica, bruciante: vale la pena
per il senso vivido e puro di una poesia
civile che non si nutre di stereotipo o peggio
vagheggia di concetti astratti. Francesca Tini
Brunozzi nella realtà della terra è immersa,
per davvero. Si è sporcata le mani, di terra,
e si vede».
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I
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Padre
mio che sei in cielo resta là
non tornare in terra perché qui c’è
guerra.
Ho sperato che fossi tu a espiare
che fossi proprio io a pagare nella vita
con la vita tua tutti i crimini di guerra.
Che fossi io a risarcire con la tua perdita
a far tornare la pace quaggiù in terra.
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