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Le
Edizioni Torino Poesia su «TorinoSette» de
«La Stampa» del 12/10/2007
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NOVITA'
LA
TORINO DELLA POESIA IN UNA COLLANA
Giovanni
Tesio
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Si
chiama Torino Poesia il nuovo soggetto, come
si dice in linguaggio politico; la nuova
creatura, come si dice in linguaggio
pediatrico. Non è proprio neonata, ma certo
non è maggiorenne. Finora si è mossa: ha
organizzato incontri, animato festival, smosso
le acque un po' stagnanti, messo a contatto
poeti di diversa generazione, scovando gli
ignoti, snidando i reticenti. E ha anche
pubblicato libri in una collana che altri ne
promette.
Il
primo è dell'animatore - il maieuta - di
tutta l'iniziativa, che si chiama Tiziano
Fratus e s'intitola Bacio le tue cicatrici
(pp. 110, euro 10). Il secondo di un poeta
già ben noto alle lettere non solo torinesi,
che si chiama Luca Ragagnin e s'intitola Granny
Smith (pp. 140, euro 12). Il terzo di
un'esordiente che si chiama Valentina Diana e
s'intitola senza troppo risparmio di parole, Tre
ore di notte e un pezzo del mattino (pp.
118, euro 11). Tiziano Fratus è il più
giovane (ha trentadue anni), Valentina Diana
di anni ne ha trentanove e Luca Ragagnin
quarantadue. Ma tutti hanno alle spalle
esperienze di teatro.
Il
mondo di Fratus si muove in versi per lo più
lunghi o lunghissimi che mirano a incorporare
tutto ciò che chiamiamo vita in una sorta di
accoglienza plurima e compulsiva, un imbarco
gremito e antigerarchico, che si risolve in un
dire onnivoro. Lui appartiene (ma, beninteso,
l'accostamento è puramente indicativo) alla
specie dei Whitman e dei Pound, ossia dei
poeti che tendono piuttosto all'esuberanza che
non al levare. Diversa la poesia di Ragagnin,
molto più consapevole, raffinata, anche
astuta, se per astuta s'intende la capacità
di trovare come un giocoliere la chiusa
fulminante, definitiva, mai banale in un
tessuto di rime vere o dissimulate che
s'inseguono con sapienza tattica. Un libro in
cinque tempi (molte le poesie già pubblicate
altrove), che si snoda tra le cose della vita
e le suggestioni di un sempre enigmatico
interrogare. Più «teatrabile»
la poesia di Valentina Diana, che è fatta di
colloquialità, come se i movimenti dei suoi
versi inseguissero i movimenti spontanei del
cuore e della mente senza darsi troppo
pensiero di canoni e misure, vale a dire
affidandosi semplicemente ad un ritmo
istintivo, ad un flusso emotivo.
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