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Maggio
2010
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CONVERSAZIONE
CON TIZIANO FRATUS
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TRANA (TO)
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Perché
un poeta fonda una casa editrice?
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TF Nel
2006 Torino è stata Capitale Mondiale del
Libro con Roma. Mi passò fra le mani
insieme ad un amico il libretto delle
manifestazioni, con una certa sorpresa notai
che la
poesia non era affatto contemplata. Torino
era allora una città poeticamente
"fantasma", i poeti si incontravano
sempre lontano da Torino, ai festival o per
caso nelle città, sulle pagine di alcune
riviste, ma raramente - se non mai - a Torino.
L'idea che ne nacque rispondeva quindi ad
un'esigenza obiettiva:
unire alcune voci di valore della poesia
presenti sotterraneamente in città. Sia ben
chiaro: non credo affatto nell'obbligo di dare
voce alla poesia di per sé, perché di poesia
l'uomo ha in qualche maniera
"bisogno"; al contrario c'erano - e
ci sono - delle individualità spiccate, c'erano
- e ci sono - delle
voci con qualità che chiedevano di potersi
esprimere. L'Italia è un paese unico al
mondo: se non ci fosse bisognerebbe
inventarlo. In Italia tutto è possibile,
tutto accade quotidianamente, è il paese dei
miracoli, dei santi, dei premier che puntano a
ricevere Nobel; è il paese della Madonna
delle Serpi, di San Francesco che parla agli
uccelli...
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Che rapporto
sussiste con Torino ed il territorio?
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La mia
generazione - i nati negli anni settanta - non può proprio dire di conoscere
il dna poetico di questa città, Torino resta
ancora una città legata a voci oramai
storiche come Gozzano, Pavese, Levi, forse per
qualcuno Lalla Romano, si aggirano gli echi
dei versi di Ceronetti, Orengo, Jona, Blotto,
Barberi Squarotti e Baudino, che
però per la poesia in città non hanno mai
fatto granché, e può capitare di aver letto
alcune poesie di poeti attivi soprattutto - a
Milano o Roma - come Precerutti, Luzzi,
Rossella, Ragagnin o Sparajurij. Mancava
comunicazione, non c'era dialogo, mancava
l'interesse a vivere la città anche da un
punto di vista poetico, se ha un senso
esprimersi in questi termini. I pochi contatti si
erano avuti grazie all'attività
dell'Osservatorio Letterario Giovanile che
ogni anno organizzava, in settembre, una
manifestazione dedicata alla lettura, e
talvolta alla Fiera del Libro. Il Festival
Torino Poesia si prefisse la missione di
portare nello stesso luogo i poeti attivi in
città, facendoli dialogare, portando le loro
opere nelle librerie da cui erano assenti, e
promuovendo anche al di fuori l'esistenza di
un magma poetico che era comunque vivo in
città. E così è stato. La nostra
Manifattura è una somma di esperienze, di
percorsi personali che sin intrecciano, è un
festival, è una stagione, è una casa
editrice, una agenzia per la promozione nel
mondo della poesia scritta a Torino e in
Piemonte, ma è, innanzitutto, un atto di
fede, un patto con la terra: il nostro sangue,
il nostro respiro è versato nella terra,
nelle acque, nell'aria. Ecco perché,
innanzitutto, la nostra Manifattura punta a
creare un pubblico di lettori e uditori che
vivono la stessa terra in cui noi viviamo.
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Vista la
difficoltà della situazione distributiva e
del mercato editoriale, cosa l'ha spinta a
dare vita ad un marchio editoriale? .........
TF Il
mio desiderio era quello di dare vita ad un
"polo attrattivo e propulsivo" che potesse consentire a
poeti di qualità vivi e attivi a Torino e
nelle città del Piemonte, di presentare in
Italia, innanzitutto, la propria voce.
Conoscevo diversi poeti che ancora non avevano
un editore, per varia ragione. Studiando la
bibliografia dei "recenti" poeti
torinesi - intendo dire poeti attivi negli
ultimi tre decenni circa - si constata come gli
editori di maggiore fiducia siano stati
Scheiwiller, Crocetti e Manni, oltre alla
Genesi di Torino. Nessuna però di questa case
editrici rispondeva secondo la mia visione ad
un possibile obiettivo di propulsione
specializzata. Nacque la collana «Le Vene»,
si rafforzò la mia idea di scommettere
ciecamente non tanto su un marchio ma
soprattutto su una trasversalità di
generazioni: i poeti sono la specie vivente
più prossima ai lupi; per quanto si cerchi di
fare massa critica, di uniformare la direzione
delle linee di forza dei singoli i poeti
restano solitari, per cultura, per diffidenza,
per unicità e veridicità. Torino Poesia
quindi, nonostante i primi tentativi
"istintivi" di costituire un gruppo
omogeneo, è diventata una rete che si ha
gettato radici sull'intero territorio
regionale. Abbiamo compreso, strada facendo,
che era inutile puntare al solito marketing
aggressivo per rincorrere la recensione sul
quotidiani, o la comparsata televisiva; i
poeti hanno più da spartire con gli
agricoltori, con i coltivatori diretti, con
gli allevatori che non con l'idea oramai
stereotipata del poeta pazzo e volubile,
incostante, sensibile. La nostra Manifattura
è quindi diventata una specie di factory, di
piccola bottega dove i poeti possono dare
corpo alle proprie idee e al proprio lavoro,
condividerlo, dove venire per ascoltarsi e
proporsi, dove potersi illuminare senza timore
di essere fraintesi. Ricorda la vecchia favola
dei Grimm della piccola fiammiferaia? Ecco, i
nostri libri e i nostri poeti vivono ogni
giorno in quella stessa stanza: la poesia
serve a riscaldarsi, per chi ci crede a volare
oltre, insomma ad arricchire la propria
esistenza, ora dopo ora. Va aggiunto a questo
particolare dna - che ovviamente si declina in
forme e ritmi distinti a seconda della
persona, della voce su cui si accentra
l'attenzione - la conoscenza dell'attuale
mercato distributivo del libro: la poesia
vende poco, quando va molto bene alcune
migliaia di copie, nella gran maggioranza dei
casi alcune centinaia. Aggiungo che l'esperienza di
una casa editrice, vissuta dal di dentro,
modifica radicalmente la percezione di cosa un
editore debba fare e debba fornire, e di cosa,
essendo appunto io autore ed editore, di cosa
uno scrittore possa aver bisogno e possa dare.
Essere un editore significa essere a servizio?
E di cosa? Degli autori, della letteratura,
dell'umanità? O di nulla di tutto questo?
Recentemente ho letto un saggio che mi
permesso di focalizzare un pensiero che mi
pare essenziale: il libro si intitola La
rivoluzione del filo di paglia, di
Masanobu Fukuoka, questo anziano agricoltore
pensava che l'unica cosa da fare era di
assecondare la natura, credeva che bastasse
servire il ciclo naturale delle stagioni per
vivere in totale armonia con gli elementi e
con sé stessi. In maniera più elaborata è
un pensiero che da anni propone un
poeta-contadino che io amo molto, Wendell
Berry, sebbene partendo da un'idea di
sviluppo, e da una conoscenza dei dati di
fatto relativi alla compromissione
dell'economia rurale e locale. Penso che si
debba ritornare, per quanto riguarda le forme
d'arte più artigianali, così come è anche
la poesia, alle necessità elementari,
basilari, quali la fiducia e la fede, la
fiducia nel prossimo, nell'umanità,
nell'espressione, nel dialogo, e la fede in un
progetto che sia qualcosa di più della
manifestazione letteraria della propria
ambizione. .........
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Le vostre edizioni si stanno
caratterizzando per un'intesa attività di
traduzione e pubblicazione internazionale.
Cosa vi ha portati a lavorare in questa
direzione? E poi, è vero che la poesia è
intraducibile?
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TF La verità è quella che lei
suggerisce: la poesia è intraducibile.
L'unica cosa che un poeta può sperare, in
fase di traduzione, è che il traduttore
riscriva nella propria lingua ciò che hai
composto nella tua lingua. Bisogna affidarsi,
e sapere accettare le differenze inevitabili,
gli scarti, anche di valore, che una tale
operazione comporta. Non tutte le forme
di poesia perdono nella traduzione, ma molte
sì. L'obiettivo personale che mi sono posto
con le Edizioni della Manifattura Torino Poesia è quello di far
circolare il più possibile la poesia torinese
e piemontese. In quattro anni di lavoro ho scoperto
che c'è una reale "fame" di nuova
poesia italiana nel mondo, c'è molta
curiosità e purtroppo c'è pochissima poesia
italiana tradotta, soprattutto rispetto
all'enorme numero di poeti in circolazione. E'
indubbio che dovunque abbiamo
bussato per presentare la nostra poesia
l'ascolto c'è stato, al di là del risultato
finale. Molte riviste hanno accettato di
pubblicare e talvolta di far tradurre le
nostre poesie in altre lingue, e questo ha
dato sicurezza a tutti i poeti coinvolti e la
consapevolezza che l'Italia è soltanto uno
dei paesi del mondo. Non siamo, come qualcuno
pensa, il paese dei Premi Nobel, della Poesia
che arriva direttamente dalla bocca di Dio;
detto questo sono anche convinto che ciascuno
di noi può ancora cambiare la realtà, può
ancora incidere: come disse Alce Nero Qualunque
posto è il centro del mondo. Alla
Manifattura Torino Poesia crediamo nel lavoro,
crediamo nella dedizione. Se c'è un obiettivo che
tentiamo di perseguire con umiltà è al
contrario garantire dignità alla poesia, a
ciascun poeta che pubblica e crede nella
nostra luce. La poesia è un prodotto della
terra.
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